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Il benzinaio di Lambrate da Mister Paolo Pescatori

 

 

Non so nulla di calcio, non lo seguo. So solo che è molto diverso da quando ero ragazzino e mi divertivo a tirare quattro calci su campetti improvvisati di periferia. A quei tempi le partite si ascoltavano al bar, di domenica pomeriggio. O al circolo dopolavoro tra una partita di scopone e l’altra. Ed ho nostalgia di quei tempi in cui si viveva semplicemente e senza tante cose. Ed anche il calcio era molto diverso, senza tessere da pagare, roba digitale, veline e soldi a palate. Era più romantico, simpatico e sincero. Ma si parla della fine degli anni 50 e tutto è cambiato. In peggio. Ma qualcosa rimane nei ricordi e questa storia ne è la testimonianza. Non so se sia vera, non m’importa. Quello che importa è il messaggio e la morale che questo racconto ci trasmette.L’improbabile incontro con il grande ed indimenticabile Peppino Meazza. 
Mi capita spesso, di notte mentre dormo.
So di gente che riesce a sognare ad occhi aperti - che storia, anche a me capita, ma quelle sono le cose che voglio sognare, non dipende da loro ma da me – mentre io ho bisogno di dormire e bene anche.
Allora, in un barlume di coscienza, comincio ad avvertire una luce, diffusa e opaca dal principio, come un lampione alto dentro la nebbia, poi sempre più precisa a disegnare il contorno delle cose. Ed alla fine appare.
E' uno stadio di calcio, immenso visto dalla parte dell’erba, con due o tre serie di tribune di cemento, niente seggiolini colorati, tabelloni elettronici o altre porcherie moderne. Le gradinate sono zattere che oscillano sotto il peso della gente che si agita, si sbraccia eccitata dal gioco, qualcuno si spintona senza cattiveria; sembrano muoversi sulle onde che vanno avanti e indietro fino alla cancellata che delimita il campo da gioco eppure sembra di stare in un film muto, in bianco e nero come quelli di una volta, perché tutto si svolge in perfetto silenzio, non arriva nessun suono, nemmeno quello delle trombe o dei tamburi. D’accordo, è solo un sogno e in un sogno il silenzio è d’obbligo e anche dormendo me ne rendo conto.
Però è lo stesso una scena irreale: intorno a me, invisibile come sono a loro ed alla gente, corrono e si affannano i giocatori che hanno raccontato la storia del calcio: a centrocampo corricchia Liedholm, gran macchina di carne, elegante come uno svedese e furbo come un napoletano; appena più in là Valentino Mazzola, che scivola via sulla fascia senza nemmeno sfiorare l’erba, che si sente già un angelo e prova a volare; sul limite dell’area, con le mani appoggiate ai fianchi e la faccia da faina, aspetta Silvione Piola; è sottile come una canna di bambù che si flette avanti e indietro nell’aria fresca della sera, gli occhi sono una fessura ma è meglio non fidarsi: se la palla gli arriva lì vicino ti fa una finta e non li trovi più, né lui né la palla.
Nel sogno vedo loro e tanti altri ed uno in particolare, uno che fa cose incredibili con l’armonia e la semplicità di un prestigiatore, ma la sua figura ha i contorni sfocati e non si lascia riconoscere; certe notti ho l’impressione che mi faccia un gesto, come un invito ad avvicinarmi, lui che sembra l’unico a notare la mia presenza in campo; ma quando lo raggiungo non c’è più, anzi è già da un’altra parte, è svelto come una nuvola, e mi fa ciao con la mano e scuote la testa accennando ad un sorriso.
A questo punto di solito mi sveglio, non sento più il profumo dell’erba e del cuoio e allora mi vesto e vado a lavorare.
Ho quarant’anni, l’età giusta per la fine delle speranze e l’inizio dei rimpianti, e amo il calcio, sotto ogni sua forma. Lo amo perché mi fa sentire bene e in certi momenti mi regala l’ intuizione che chiunque, con una palla tra i piedi, può avere la sua parte di gloria, se la vuole, oppure vivere tutta la sua povera vita nell’anonimato ma con un segreto sotto ai capelli, quello di sapere d’ essere il migliore che si sia mai visto, e accettare di scomparire dalla vista della gente e senza rimpianto.
Lo amo perché sa come farmi piangere e poi ridere, allo stesso tempo, perché è pignolo con le mie emozioni e, quando vuole, non ti tradisce; ma soprattutto perché non esiste niente di così magico e seducente da essere capace di trasformare un misirizzi alto un metro e cinquanta, un piccolo mostro senza torace, in un dio pagano che esplode in tutta la sua luce davanti a milioni di fedeli in estasi.
Comunque tutto questo ha poca importanza, e meno che mai di lunedì mattina, perso in questo ingorgo maledetto che, come ogni giorno, mi accompagna verso la città dove lavoro.
Saremo in centomila, come in un derby,e tutti qui in fila a Lambrate, periferia ed epidermide di Milano, a cercare per noi e per le auto uno spazio che non c’è e allora via con la musica dei clacson e bestemmie a ruota libera.
Per di più sono in riserva e prima di bloccarmi del tutto nel traffico esco dalla coda e mi infilo dal solito benzinaio. 
L’ addetto alla pompa è un giovanotto dall’aria sveglia con un bel viso quadrato - la mascella forte ma non spigolosa incornicia un sorriso da rotocalco - ed una gagliarda scriminatura proprio in mezzo al cranio, a dividere esattamente a metà una massa ordinata di capelli neri e lucidi di brillantina. ‘Sto ragazzo sorride sempre ed ha gli occhi allegri mentre si destreggia tra le auto con l’agilità di un trapezista.
Non è la prima volta che mi capita di notarlo, spesso mi fermo qui a far benzina, e ogni volta mi dico che devo averlo già visto da qualche parte. Il viso non mi è sconosciuto, ma a parte la brillantina che nessuno usa più da anni ed il fatto che, a differenza dei suoi compari, non porta mai il berretto, beh, a parte queste cose, non riesco a ricordare dove posso averlo incontrato prima d’ora.
Ha appena finito di farmi il pieno e d’improvviso, prima di affacciarsi al finestrino per prendere i soldi, afferra una spugna tonda e giallastra come un pompelmo e fa per pulirmi il parabrezza, ma la spugna, unta di sapone, di smog o di chissà che altro, gli scappa di mano e cerca di cadere a terra.
Tu con quella roba i vetri non me li pulisci, sto per dirgli, ma non ho nemmeno il tempo di aprire bocca perché la palla di spugna non tocca terra, proprio non ci riesce, e non è per magia, o forse si perché il ragazzotto sta palleggiandola con i piedi - e devi vedere che roba…! - passandola leggera da una caviglia all’altra con i gomiti allargati per non perdere l’equilibrio, e poi, tra gli schizzi di acqua saponata, la rimbalza con le ginocchia, con le spalle e con la testa, insomma con tutto l’armamentario che si può usare per palleggiare, ma con una eleganza e una leggerezza che non sono di questo mondo; poi, alla fine, dopo averla alzata con un calcetto malizioso, la blocca sull’incavo del collo, con un leggero inchino la lascia scivolare lungo il braccio destro e, afferratala con una mano, si volta verso di me e mi stampa in faccia un sorriso da carta d’identità: “ Fanno trenta euro, contanti o bancomat…?” Fermati un attimo, non ti muovere, continua a sorridere … mi si annebbia per un momento la vista, poi l’immagine del suo viso si sovrappone a quella sfocata del mio sogno quotidiano e il dubbio svanisce in un lampo di luce.
Adesso è tutto chiaro e mi vengono i brividi.
Non c’è dubbio, quella lì che ho davanti a me è la faccia furba e impomatata del Pepin Meazza. E’ un Meazza giovane, qualche brufolo si fa strada incerto sulle gote mal rasate e non è ancora pronto a finire fotografato sul giornale, ma è lui, nessun dubbio.
E tutto dovrebbe essere a posto, tutto chiaro, a parte il piccolo particolare – piccolo forse, ma non trascurabile - che, secondo norma, il Meazza dovrebbe essere morto più o meno da venticinque anni.
Devo fissarlo con gli occhi sbarrati perché mi dice: “ Se non ha i soldi poteva dirlo prima…”.
Vedi amico, la questione non è se io abbia o meno i soldi, è che tu, caro il mio fantasma, non dovresti proprio esistere. Comunque, prima di riuscire a riprendermi dallo stupore, sento la mia voce che mormora: “ … bancomat …grazie …”.
Ho bisogno di prendere tempo per decidere cosa dirgli, un’occasione così mica capita tutti i giorni. Così lo seguo nell’ufficetto dove gli allungo la tesserina e poi, a tradimento, butto lì: “ Dai, balilla, raccontami un po’ come si sente uno che ha fatto trenta gol in nazionale …”
Lui, punto sul vivo, abbocca e, alzando di scatto la testa verso di me, mi fa, brusco: “ Quello lì bene, ma io, che ne ho fatti trentatré, e non trenta, mi sento ancora megl …”, poi si ferma di colpo e si morde la lingua perché sa che l’ ho fregato. Allora riabbassa la testa, traffica un po’ con la macchinetta del bancomat, mi consegna la ricevuta e mi fa segno di seguirlo nel piccolo bar che sforna caffè a ripetizione per quelli che hanno tempo di fermarsi un momento mentre fanno rifornimento. 
Ci sediamo ad un tavolino e lui mi guarda come fossi un questurino che l’ ha appena preso con le mani nel sacco: “ Lo sapevo che prima o poi mi avrebbero beccato; dove ho sbagliato e come hai fatto a riconoscermi ?”
Io ancora non riesco a parlare, non mi sembra vero che sto seduto di fronte a lui, il mito dei miti, il Pepin Meazza. Allora, un po’ farfugliando e un po’ a gesti, gli racconto delle fotografie che ho visto da bambino e del palleggio con la spugna, là fuori, vicino alle pompe di benzina. 
Tale e quale alle foto. “ Eh già, sun stai propri un pirla; dovevo stare più attento ma – sospiro - oh cribbio sono morto nel ’79, da allora non tocco più una palla e quando capita l’occasione, anche una spugna va bene.
Una volta mi è capitato a tiro un melone caduto da un camioncino di frutta, l’ ho preso al volo di destro e ho tirato giù una vetrata dell’ufficio che per poco il padrone non mi manda via. Che bamba!”
“ Ma, signor Meazza, permetta una domanda, come diavolo ha fatto a tornare indietro e cosa ci fa qui a Lambrate ? “ … e, già che ci sono, gli racconto del mio sogno e del calciatore misterioso che tanto misterioso non è più.
Lui mi guarda malinconico e, negli occhi neri come gli spicchi di un pallone, c’è la grazia di un amore durato tutta una vita e, forse, anche di più.
“ Non chiamarmi signor Meazza, dai, chiamami Peppino, che adesso come adesso non c’ ho neanche vent’anni e se mi chiami signore mi viene da ridere… Quando sono morto li ho ritrovati tutti i miei compagni di quando giocavo, e altri ne arrivavano quasi ogni giorno. Insieme abbiamo ritrovato la confidenza col nostro mestiere che credevamo di aver perduto con l’età. Quando sei vecchio hai voglia a ricordare i bei tempi: il gioco ce l’ hai ancora lì, tutto scritto nella testa, ma l’unica cosa che puoi fare ormai è cercare di non dimenticarlo. Comunque, lassù parliamo spesso tra di noi, di calcio ovviamente, e le partite le guardiamo; un po’ da distante, ma le guardiamo. Ma non è che quello che si vede da là sopra ci sconfinferi più di tanto.
Vabbè, girerà anche un sacco di grana, donne quante ne vuoi ma quelle anche ai miei tempi – e mi rifila una gomitata nelle costole … - giornali, televisioni sempre tra le balle, ma che vita è?
Poi arriva una palla che spiove dalla luna, questi quattro pirla di adesso provano a stopparla e la mandano in curva. Ma dai! Dimmi te se è possibile una roba del genere: fosse capitata a me veniva giù il vecchio S.Siro dal ridere, adesso li applaudono per l’impegno. E come s’incazza il Pozzo, che ‘ste cose non le può vedere. Così un giorno il Vittorio prende su, va dal capo e gli dice, più o meno, che il calcio sta facendo una gran brutta fine e bisogna prendere provvedimenti e subito anche.
Il buon Dio è un tipo piuttosto paziente, lo sai, e, con un sospiro, gli risponde che sulla terra ci sono parecchie cose stanno andando a rotoli e che anzi lui aveva già pensato di riprovarci con un altro mezzo diluvio.
“ Macchè diluvio, sui campi bagnati la tecnica non viene mica fuori, ci vuole qualcosa di più intelligente … !” … e non ti dico con che faccia l’ ha guardato.
Alla fine, dopo una discussione durata non so quanto, si sono messi d’accordo di rimandare giù un paio di noi, tanto per vedere se ci riusciva di rimettere le cose un po’ a posto. Mica facile come impresa, visto l’andazzo dei tuoi tempi, ma tant’è ! Ecco come sono finito qui, a fare il benzinaio a Lambrate.
Insieme a me era sceso anche Silvio - il Piola, certo - e si era trovato un posto come muratore nel bergamasco. Poi, un paio di mesi fa, mentre era in cima ad una impalcatura, il capomastro lo chiama e gli lancia una michetta col salame per evitargli la fatica di scendere a mangiare. Lui, vedendo arrivare nel sole ‘sta robetta rotonda non ha capito più niente, ha cercato di prenderla al volo in rovesciata – sempre avuto ‘sta mania, il Silvio – e si è cappottato giù dall’impalcatura. Steso per terra come una pelle di leopardo, morto per la seconda volta. 
Quando è tornato indietro il Pozzo gliene ha dette di tutti i colori, lui non sapeva più dove guardare. Voleva scendere anche il Meroni, quello giovane, del Torino.
Poi, quando ha saputo che quello che l’aveva stirato con l’auto l’avevano fatto presidente dei granata, ha cambiato idea ed è rimasto su con gli altri, ad aspettare. Sai, in paradiso s’impara ad essere prudenti… Così sono rimasto solo, che lassù non vogliono rischiare altri imbrogli, e in qualche modo dovrò cavarmela. Ma è dura, ostia se è dura!
Sono stato in un paio di posti a fare un provino, mi hanno detto lei è bravino, ce l’ ha un procuratore? E io gli ho risposto che sono un calciatore mica una puttana – capisci, non sono abituato a queste novità … - e quelli mi hanno mandato via a calci nel culo.
Hai capito, hanno detto a me che sono bravino, bravino al Meazza, capisci !? 
Cosa vuoi che capiscano quelli lì di calcio confronto a me che ho giocato per una vita e sono ancora in grado di tirarli tutti matti, se ho voglia. Ma poi mi chiedo, ma ne vale davvero la pena? Davvero potrei convincere quelle teste quadre che oltre alla potenza e alla corsa c’è qualcosa da far vedere alla gente che va allo stadio per prendersi a botte e tirare i seggiolini in testa a quelli di sotto?
Non lo so, magari i tempi sono cambiati o sono io che non ho più voglia di faticare, ma, quasi quasi, mi butto sotto un tram e me torno da dove sono venuto. Quello che dovevo l’ ho fatto quando potevo farlo.
Adesso tenetevi il calcio che avete, non è roba per me e in fondo ve lo siete meritati.“ 
Dopo aver detto quest’ultima cosa, il Peppino sembra essere tornato vecchio un’altra volta: ha due mazzetti di rughe profonde intorno agli occhi e i capelli non brillano più.
Avrei voglia di accarezzarglieli, quei capelli impiastrati di pece, se non temessi di provocare un equivoco imbarazzante; perché un nonno, anche se di soli vent’anni, merita rispetto e comprensione, sempre. Poco importa che gli abbiano affidato una missione persa in partenza, che gli abbiano chiesto di riportare un soffio di anima in un mondo che la sua se l’è venduta ai bordi di una strada.
“ Adesso cosa fai, torni su e ti presenti con quella faccia lì…?”
Il ragazzo che era stato Meazza ha le braccia incrociate sul tavolino e la testa appoggiata sopra. Ascolta le mie parole con gli occhi chiusi e sembra che dorma. Poi tira un sospiro, alza la testa e riapre gli occhi: “ L’altra sera, verso le otto, ho chiuso la baracca e me ne sono andato a piedi verso casa. C’era un tramonto incredibile ed un sole grande e rosso come le ciliegie che crescevano in un campo vicino a casa mia, quand’ero ancora un bocia.
In quel momento, ti giuro, mi è venuta addosso una malinconia ed insieme una rabbia che avrei spaccato il mondo intero. E forse la soluzione era proprio quella: finire di rovinare il mondo che avevo amato – e quanto lo avevo amato – mica stare lì a dare l’esempio e a perdere tempo; farlo fuori del tutto, magari anche a cannonate, come in guerra, e poi ricominciare. 
Poi, camminando in periferia, sono passato vicino ad una striscia di campi d’erba medica e lì dentro c’erano una dozzina di ragazzini che correvano dietro ad un pallone.
Per terra non c’erano righe tirate col gesso né porte o magliette coi nomi sulla schiena: solo bambini con una palla, come era in principio e dovrebbe essere sempre. Sono rimasto a guardarli finchè ha fatto notte e loro erano ancora lì, a giocare al buio. Capisci, se qualcuno avrà mai la forza nelle ossa di fare qualcosa per questo sport, beh, saranno loro a dirlo. Magari non domani, ma prima o poi succederà.
Ho pensato che fosse questa qui la soluzione, che fosse il rimedio e la mia consolazione; poi mi sono sentito solo come un povero pirla, al buio, sono tornato a casa e sono andato a dormire senza cenare.
Come ogni tanto capitava quando avevo la loro età. Cosa vuoi che ti dica, sono stato giovane, poi sono invecchiato, poi sono ritornato giovane - mica è roba da tutti - ma in fondo sono rimasto un romantico. E un romantico, quando non può più fare niente, si ferma a sognare e aspetta.
In quanto a te amico mio – ormai siamo amici, no? -, acqua in bocca, e non smettere mai di crederci ai tuoi sogni: magari il mondo non lo cambi lo stesso ma di sicuro non lo concerai peggio di come è adesso.
Io rimango qui a fare il mio mestiere e quando decideranno che è ora di tornare indietro, obbedirò. Nel frattempo aspetto e prego: il capo, lassù, apprezza sempre una preghiera sincera e se il Vittorio e tutti gli altri non sono contenti di me, pazienza.”
Ci alziamo e usciamo all’aperto: l’ingorgo non si è ancora risolto ma io sono in ritardo per il lavoro ed è meglio che salti in macchina e mi avvii.
Ci stringiamo la mano come per siglare un patto tra gentiluomini, mi guarda salire sull’auto e fa per andarsene.
Fatti tre passi si ferma, poi torna verso di me con uno strano sorriso e, fingendo di darmi i bollini, mi sussurra:” Dì, a proposito, da lassù si è visto proprio bene, quel rigore sul Ronaldo era grosso come una casa popolare, vi hanno ciulato un altro scudetto…” e giù a ridere che la gente intorno si gira a guardare.
Grazie Peppino, ma l’avevamo capito anche da qui.
Non c’era mica bisogno di essere un angelo per capirlo

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Mi sia concesso aggiungere in coda al racconto, peraltro scovato su di un sito musicale (?), un commento non tanto al racconto in sé, comunque bello e originale ma ad alcuni dei molteplici spunti che tra le righe nonostante la brevità e la sintesi, non dovrebbero sfuggire.
Detto dell’originalità della narrativa, fare a questo breve racconto un paio di altrettanto brevi considerazioni, non sarebbe cosa impossibile se non fosse per la molteplicità e complessità dei temi estrapolabili. Già l’inizio del racconto nella sua specie di prefazione è in questo senso a modo suo una miniera.
Potremmo commentare dicendo in modo semplice ed essenziale, che spesso si tende a far diventare complesso il calcio, che è prima di tutto un gioco, uno sport, forse il più bello e “facile” da praticare al mondo.
Infatti una volta bastava avere una palla, fare le squadre, di qualsiasi numero ed età, delimitare il campo, avere qualcosa che somigliasse ad una porta dove fare quello sporco maledetto goal e si poteva giocare, giocare per ore nelle piazze, nelle parrocchie, nei campi come quelli del sogno e che oggi sono sostituiti da quartieri, parcheggi multipiano e ipermercati.
Questo voleva dire avere occasioni di sviluppare naturalmente abilità motorie e capacità coordinative che oggi con i tempi ed i ritmi della vita moderna non è più possibile, questo viene ad incidere enormemente e negativamente sullo sviluppo psico/socio/motorio dei giovani, e quindi di conseguenza anche nello sport, calcio compreso.
A questo si sopperisce con le scuole calcio a cinque stelle, due comete e chi più ne ha più ne metta, alle quali ci si iscrive magari sognando ed idealizzando il calcio che si vede (purtroppo) in TV. Se poi questi sogni di gloria vengono ulteriormente alimentati da genitori ambiziosi e da dirigenti miopi ed impreparati, il rischio di un continuo lento ma inesorabile scadimento non pare ipotesi poi così remota e le nostre domeniche sono lì a testimoniarlo. Don’t shoot me (non sparatemi), so bene che nel momento in cui sto scrivendo non si sono ancora spenti gli echi dell’Italia all’Europeo (mah!) e solo sei anni fa abbiamo vinto il mondiale, ma quello di cui parliamo che vi piaccia o no, è sport e non un lavoro (almeno per la maggior parte di noi ed il racconto parla anche di soldoni che sono un altro dei mali del nostro calcio), per cui non scimmiottiamo il calcio professionistico ma cerchiamo di fare bene e con competenza quello dilettantistico.
Come dicevo all’inizio, sono molteplici gli spunti e gli argomenti che si possono trarre dal e nel racconto, e che andando via via nello specifico di ciascuno di loro, diventa sempre più difficile trattarli ed esaurirli con poche righe, in ogni caso chiedo a Calcio Ducale un ulteriore spazio e a chi ha avuto la compiacenza di leggermi fin qua, se non vi siete totalmente annoiati, di fare un ultimo sforzo.
Il “Pepin Meazza” che palleggia con la spugna con i gomiti allargati per non perdere l’equilibrio…Banale? Non tanto, considerando che l’equilibrio statico e dinamico è una delle capacità coordinative speciali che vanno assolutamente stimolate nel periodo evolutivo (fasi sensibili). Scontato? Non penso visto che l’essere umano è un animale bipede e nel momento di calciare la palla si trova in una condizione monopodalica, quindi innaturale. Ovvio? Non proprio se consideriamo che si tratta di organizzare, mantenere e ristabilire tale condizione prima durante e dopo un qualsivoglia movimento; aggiungiamo che il calcio è sport dinamico, situazionale in continua evoluzione e quindi ad elevata imprevedibilità, inoltre quando parliamo di situazione monopodalica giova forse ricordare che abbiamo un’arto dominante sensoriale cioè quello d’appoggio ed uno dominante motorio ovvero quello che calcia e dovremmo stimolarli tutti e due in entrambe le funzioni.
… quattro pirla provano a stopparla e la mandano in curva …adesso li applaudono per l’impegno. Di cosa parliamo? Ma di tecnica! La sequenza è controllo, dominio, guida, trasmissione della palla. Se manca il primo tassello, “il controllo nelle sue svariate forme” (e tempi e spazi nel calcio di oggi si sono ridotti), come sarà possibile la prosecuzione di un azione? Pacifico? Non direi, visto che l’ultimo anello della catena è la trasmissione della palla, cioè il passaggio, ovvero la volontaria trasmissione dell’attrezzo, il gesto tecnico principe in uno sport di squadra. Facciamo un esempio; quanti prima di un allenamento o di una partita propongono un riscaldamento tecnico (cioè prevedendo l’utilizzo della palla)? Visto che la condizione di equilibrio degli organi e degli apparati inizia a modificarsi dopo circa 20 minuti, calcolando 2/3 allenamenti a settimana e circa 30/35 partite annue, rinunciamo si badi bene a 30/40 ore di contatti con la palla e quindi parliamo di tecnica individuale di base e di tattica individuale. Considerato che a qualsiasi età, tanto o poco questo è sempre migliorabile, si tratta a mio parere di vere e proprie occasioni perse.
… oltre alla potenza e alla corsa c’è qualcosa da far vedere …Verrebbe spontaneo proseguire con le argomentazioni del punto precedente, qui invece mi corre l’obbligo sottolineare come i criteri di selezione, a qualsiasi età e categoria, siano inversamente proporzionali alle capacità pedatorie, chiaramente il tutto in funzione di un risultato nell’immediato. Logico? Non credo, a meno che non si dia credito ad una affermazione del “Paròn” Nereo Rocco che affermava: “per giocare a calcio ci vuole un portiere paratutto, un difensore assassino, un genio a centrocampo, uno davanti che la butti dentro e sette asini che corrono”.
Tuttavia parlando volutamente di aspetti atletici, e riconoscendo che in larga parte sono regolati da criteri genetici, questi sono comunque migliorabili, correggendo e perfezionando ad esempio nella corsa, la corretta esecuzione dei suoi movimenti, dall’appoggio dei piedi all’oscillazione delle braccia (si! le stesse braccia dell’equilibrio).
Valutando poi che il calcio contempla svariati modi di corsa e quest’ultima è nel nostro sport aciclica, il tutto non è per niente semplice. Tutto ciò, per la mia modesta personale esperienza non può e non deve essere ricondotto a fredde tabelle ancorchè ottenute su basi medico scientifiche (per le quali tuttavia non disponiamo né delle attrezzature né delle competenze necessarie a trattarne ed elaborarne i risultati), ed in definitiva se fosse così semplice tutti adotterebbero lo stesso metodo, (o no!), ma bensì considerando e riconoscendo la fatica. Tutti più o meno sanno di 4-4-2 di 4-3-3 di diagonali schemi e compagnia cantando, ma in una metodica di allenamento sappiamo ad esempio cos’è, come si manifesta e quali significati abbia la fatica?
Che c’entra direte voi!
La fatica è un meccanismo di difesa dell’organismo, una sorta di segnale che le riserve sono in esaurimento ed il protrarsi dell’attività diventerà problematico. L’allenamento deve portare alla fatica e tendere a spostare il limite di quest’ultima.
La fatica insorge principalmente per tre motivi:
1 esaurimento delle riserve energetiche (per il tipo di lavoro che stiamo allenando), pertanto si andrà incontro ad una diminuzione dell’intensità del lavoro;
2 l’accumulo di scorie metaboliche che diminuiscono la capacità di trasformazione dell’energia, con conseguente impoverimento del lavoro muscolare;
3 all’interno del muscolo, causa la dispersione di alcune sostanze tramite la sudorazione, varia l’ambiente chimico e questo provoca un rallentamento degli stimoli nervosi, con conseguente perdita di coordinazione.
Eccola ancora qua la parola coordinazione.
La nostra capacità di osservazione e la conoscenza del materiale umano a disposizione deve portarci a riconoscere questi segnali di diminuita coordinazione, oltre i quali l’allenamento non sarà pertanto più produttivo.

 

Sperando di aver fatto cosa gradita
Grazie dell’attenzione  e buon lavoro a tutti

Mister Paolo Pescatori

 


 

 

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  Scritto da Mister Paolo Pescatori il 11/05/2013
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