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Mister P. Pescatori - Il Calcio per mio figlio -

Ogni promessa è debito e al Manso non si può dire di no, intendiamoci solo per gli articoli…e visto che mi aveva chiesto qualcosa per i nuovi “Emiliagol e Italiagol” ho pensato sempre per via della chiavetta bruciata di postare un vecchio resoconto cartaceo di almeno dieci anni, di una serata (a mio parere molto interessante) di quelle obbligatorie per i punteggi delle scuole calcio che si svolse al Milan Club/Parmense con relatore la Dott.ssa Silvia Levati e siccome il tempo stringe, di non tediarvi vista anche la chiarezza dell’esposizione e dei contenuti, con miei commenti che oltretutto oggi non sarebbero forse neanche presi tanto sul serio.

IL CALCIO PER MIO FIGLIO

Per introdurre in via generale il tema della serata occorre porsi alcune domande tipo cosa rappresenta il calcio per il bambino e soprattutto per i genitori, e perché si sceglie il calcio per il figlio. Banalmente la scelta è spesso fatta insieme, mentre invece la risposta al primo quesito è più complessa e articolata, bisogna chiedersi quali sono le motivazioni ed il vissuto del genitore, infatti le esperienze del genitore si riflettono spesso pesantemente sulle attività del figlio, anche se questo non deve essere considerato necessariamente negativo in quanto è naturale che il genitore vuole dare il massimo al proprio figlio. Un’altra successiva domanda è perché dopo una giornata di lavoro, scuola, catechismo, impegni familiari ci si vuole caricare di un ulteriore impegno che toglie al figlio tempo per il gioco libero? Una risposta corretta è perché il bambino deve crescere, crescere imparando ad accettare nuove regole poste ora dall’esterno e pertanto diverse da quelle vigenti in ambito familiare, inoltre fino in età scolare il gioco infantile è caratterizzato dall’assenza di regole o quantomeno dalle poche poste da sé stesso, mentre verso i sei anni il bambino stesso percepisce il bisogno di regole. Se però si stimola il bambino a fornire prestazioni che non è (spesso solo temporaneamente) in grado di dare otterremo l’effetto contrario, faremo perdere al bambino interesse per l’attività che sta facendo ed inoltre probabilmente da adulto non ne avrà un buon ricordo. Fondamentale quindi è trovare sempre il giusto equilibrio tra piacere ed impegno. Approfondendo ancora di più diremo che gli obiettivi da perseguire sono la capacità di socializzazione e di collaborazione che uno sport di squadra da e richiede allo stesso tempo. Fatta questa premessa occorre spostare l’attenzione sui due principali atteggiamenti del genitore, in due ben distinte fasi della crescita.

1°- IPERPROTEZIONE in pratica l’inizio delle scuole elementari corrisponde ad un momento di ansia del bambino, ma in fondo anche del genitore. Il figlio sta crescendo e per la prima volta verrà giudicato al di fuori della famiglia, sia per le sue attività scolastiche che per quelle affettive e relazionali, e di riflesso ci si sente valutati anche come genitori. Si instaura poi la paura che non riesca a tenere i nuovi ritmi imposti dalla scuola, ed in questo caso l’esempio tipico di iperprotezione è portargli lo zaino (è tanto stanco), ma allora, come dicevamo in premessa perché portarlo al calcio, caricandolo di un ulteriore impegno? Forse perché così facendo dopo le fatiche lo portiamo a sfogarsi ed a svagarsi? Sbagliato! Tuttavia parlando di iperprotezione è possibile notare una differenza sostanziale tra l’ambito scolastico dove non è possibile attuarla più di tanto, mentre al campo da calcio al contrario sì, si può vigilare costantemente e a pochi metri dal figlio. Purtroppo poi si vorrebbe un atteggiamento iperprotettivo anche da parte dell’allenatore, frasi del tipo “sa lo vedo piccolo; sa lo vedo timido ecc.” lo stanno a testimoniare, ma anche in questo caso sbagliamo e vediamone di seguito i principali motivi:

•si nega al bambino l’opportunità di imparare per prove ed errori, modo che consolida maggiormente l’apprendimento e fa aumentare le esperienze;

•toglie sicurezza al bambino che deve vedere nell’allenatore un nuovo modello di riferimento per la sua crescita;

•si instaurano paure sugli atteggiamenti dei compagni.

Tutto questo può essere assolutamente distruttivo in quanto prima o poi il bambino vivrà un confronto naturale e così facendo, essendoci spesso impreparato, il verdetto sarà impietoso. Anche qui come sempre l’equilibrio del genitore è fondamentale, anche perché non dimentichiamo che per il bambino la vittoria è indubbiamente importante, ma lo è ancora di più l’approvazione del genitore, lo stesso genitore che spesso è ancora o è stato giocatore e vedendo il figlio, lui stesso costruisce delle fantasie sul calcio del figlio, che lo ripetiamo deve essere principalmente una opportunità per nuove esperienze motorie, coordinative e di socializzazione. Successivamente, una volta cresciuto si viene instaurando seppure inconsciamente un altro degli atteggiamenti da parte del genitore antitetico al precedente: L’IPERSTIMOLAZIONE. Il figlio è cresciuto ed allora devo organizzargli attività ed opportunità per dimostrare che è appunto cresciuto ed è in gamba. Si spinge in pratica il figlio a prove personali alle quali come già detto potrebbe non essere pronto. In pratica rispetto a prima in cui vi era la paura che non ce la potesse fare, adesso ce la deve fare (mio figlio vale quanto gli altri). Come per l’argomentazione precedente della scuola anche qui è importante che l’individuo cresca con i suoi tempi, ritmi e capacità, pena l’instaurarsi nel figlio la paura di lasciare deluso il genitore che ha il compito invece di fare accettare al figlio questi tempi, ritmi ed e perché no anche eventuali limiti. Fare anche involontariamente intendere che interessa il voto a scuola e la prestazione in campo più della persona, farebbe maturare nella testa del bambino la convinzione che al genitore stiano a cuore principalmente i risultati. Anche se per il calcio di nostro figlio oggi dedichiamo e sprechiamo tempo e denaro, non dobbiamo assolutamente chiedergli in cambio nulla. Altro aspetto che potrebbe nuocere è la conflittualità genitore-allenatore, di cui il bambino certamente risente sempre e come già detto gli toglie un modello di riferimento. Più modelli più possibilità di crescita.

Concludendo, come ultime riflessioni possiamo dire che spesso il genitore è portato a ribaltare all’opposto il proprio vissuto: “io non ho mai fatto…, non ho mai avuto…, è giusto che lui lo faccia e lo abbia”. In questo caso l’atteggiamento corretto, oltre a quanto fin qui detto, è di recuperare i nostri ricordi positivi e non quelli negativi per trovare in essi il modo di farlo crescere fortificandolo, ed inoltre facendo in maniera che sia il bambino a confidarci le sue ansie e le sue paure e non al contrario trasmettergli noi le nostre.

 

By Mr. Pescatori

 


 

 

 

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  Scritto da Mister P. Pescatori il 27/09/2013
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